Sham 69- Tutti gli album, dal peggiore al migliore- Parte 2

Ed eccoci arrivati alla seconda (e ultima) parte della classifica dei dischi dei buoni vecchi Sham (la prima parte la trovate qui)… oggi tocca alla parte alta della classifica… ovvero ai primi i primi 7 dischi… già, avete letto bene 7, non 6, in quanto troppi copia e incolla tra i miei vari file mi hanno portato a sballarmi la numerazione (il numero totale di dischi presi in considerazione è 12 e non 11)… d’altro canto mi sono pure dimenticato di mettere la consueta versione in inglese (motivo per cui anche questa esce solo in italiano, posterò poi tutta una versione in inglese a parte). Bando alle ciance e partiamo subito…

7- Direct Action: Day 21 (2001)

Disco difficile da definire: interessante fusione tra il punk e certo indierock o cagata colossale (“cringe” come dicono i giovani d’oggi)? Io propendo per la prima, ma capisco che a qualcuno possa non piacere.

Il disco (che avrebbe dovuto intitolarsi “Turn the world upside down”) parte bene, con due buoni pezzi come “99% 2000” e “Direct action” in cui si sentono influenze Stone Roses; la terza canzone, “Mad as a cow” è una nuova versione di “I’m mad”, già uscita in “The A Files” (praticamente identica all’originale, escluso il nome).

Poi ci si perde un po’ per strada con bassi (“Security guard” è noiosissima), e alti (“Monica” ha un bel coro). “15 minutes” (scritta da Matt Sargent) è un pezzo da pub con tastiera frammisto a scratching e a pezzi praticamente rappati… non male per qualcuno (Pursey, e chi altro?) che a finne anni ’80 aveva definito i Beastie Boys “una brutta copia degli Sham 69”…

6- Who killed Joe Public (2010)

Secondo (e ultimo, almeno per quello che ci riguarda) disco con Tim V alla voce, uscito nel 2010 con al basso Al Campbell (ex UK Subs) che sostituisce Rob Jefferson.

Il disco, attenzione attenzione, non è niente male (probabilmente l’intensa attività live ha contribuito a riscaldare i motori), più punk rock dei precedenti e in qualche modo più attuale, i suoni risultano freschi e il songwriting piuttosto vario. Anche la voce di Tim V è migliorata rispetto al precedente.

In un pezzo come “Hall of fame” sembra di ascoltare una (bella) B-side dei Madness, mentre “Last gang in London” è un punky-reggae in stile Clash o Ruts. La title track può vantare un bel coro “catchy” che ricorda i Rancid o gli ultimi Business. C’è anche qualche pezzo che onestamente sembra un riempitivo (“Skin and bone”, “Army of tomorrow”) o qualcuno semplicemente poco centrato (“Then there were none” non sarebbe neanche male se non suonasse come lo scarto di qualche gruppo punk pop californiano), ma in generale tutt’altro che da buttare.

Il disco però non riceverà una grande accoglienza (per usare un eufemismo) e l’anno successivo Parsons e Pursey dissotterreranno l’ascia di guerra (calando inoltre l’asso del ritorno di Tregunna) causando il famoso scisma tra i due Sham.

Un disco così apprezzato che non c’è nemmeno in versione “Full album” su Youtube…

5- The Game (1980)

Non ascoltavo questo disco da un sacco di tempo, e devo dire che l’ho trovato molto meglio di come lo ricordavo, bello energico e rock and roll!

Ultimo disco prima dello scioglimento, registrato in uno studio nelle Alpi francesi (dovendo rientrare a Londra per suonare “Mr you’r a better man than I” a Top of the pops, la band si prese un bello spavento quando l’aereo sembrò precipitare… e arrivati a Londra evitarono per un soffio un incidente d’auto!), The Game è un disco di competente rock and roll stradaiolo, impreziosito da alcuni pezzi notevoli come “Tell the children” (antesignano pezzo ambientalista, che fi scelto come singolo), “The game”, “Lord of the flies” (scritta da Tregunna, e con il coro della Royal School of Music, scelto per “dare un tocco di surrealismo”) e dalla finale “Run wild run free”.

La bellissima ballata rock-pop “Simon” (scritta e cantata da Parsons) parla di un amico d’infanzia di Parsons e Pursey suicidatosi da piccolo per motivi sconosciuti, mentre la deliziosamente crudele “Poor cow” è ispirata ad una ex fidanzata di Pursey. “Dead or alive” invece parla di Sid Vicious e della morte di Nancy.

Il disco viene accolto piuttosto male dalla critica, e il tour di presentazione del disco non va molto bene, per cui nell’estate del 1980 (The Game era uscito a maggio) gli Sham si sciolgono (al solito Jimmy Pursey la tocca piano affermando “Ho licenziato i miei musicisti di supporto”). Pursey si dedica al ruolo di produttore e tenta la carta della carriera solista (spoiler: gli andrà piuttosto male), mentre Parsons, Tregunna e Goldstein formeranno gli effimeri Wanderers con Stiv Bators.

Tregunna fonderà poi con Bators (insieme a Brian James dei Damned e Nick Turner dei Barracudas) i fondamentali Lords of the New Church, mentre Parsons proverà anche lui da solista, oltre a lavorare con Rick Buckler dei Jam e a fondare i Framed con la bassista delle Girlschool. Decisamente più strano il percorso di Goldstein, che entrerà nei Bootleg Beatles, cover band ufficiale dei Beatles, dove impersonerà Ringo Starr fino al 2003.

4- The A files (1997)

Forse vi stupirà (non credo sia uno dei dischi più apprezzati e conosciuti della band), ma lo ritengo uno dei migliori dischi del gruppo, e se non è al livello dei primi tre non è per demerito suo ma solo perché gli altri sono effettivamente inarrivabili.

The A Files è un ritorno alle origini punk rock della band, ma filtrate e rilette alla luce dei cambiamenti della band, quindi non una semplice “operazione nostalgia”. Potente e abrasivo, con un sacco di influenze, ma soprattutto un disco divertente e con un certo numero di pezzi notevoli.

Dall’attacco potente e centrato di “Blackpool”, al blues punk (con finale dub) della bellissima “14 years”, dal britrock potenziato di “Mary’s sofa”, al rock di “Studenthead”, fino ad arrivare al picco dell’album con la malinconica “Roxy was a tourist” (anche se anche la più classica “Get a life” non è niente male).

Un disco che meriterebbe molta più considerazione e credito, e di cui mi piacerebbe che qualche pezzo fosse incluso nella scaletta dei live (anche se alcuni pezzi appaiono nell’album “Live in Italy”, ovvero il concerto al MadeInBo del giugno ’97, ovvero appena prima uscisse il disco, che arrivò nei negozi a luglio).

3- Tell us the truth (1978)

Dopo l’esordio col singolo “I don’t wanna/ Red London/ Ulster”, prodotto da John Cale e uscito per Step Forward nel 1977, gli Sham passano alla Polydor, che a gennaio 1978 fa uscire il loro primo singolo, “Borstal breakout” (la cui famosissima risata a inizio canzone era presa da un disco di Judge Dead).

A Jimmy Pursey e Dave Parsons (subentrato a Neil Harris già nel 1977), si erano affiancati Mark Cain, detto “Doidie Cacker” (“cacker” significava più o meno, “merda”), alla batteria, e Dave Tregunna al basso, che era entrato inizialmente come chitarrista ritmico al posto di John Goode e che passò al basso perché Albie Slider (Albert Maskell) decise dopo il primo singolo di non essere abbastanza portato per il basso, scegliendo per sé il ruolo di road manager del gruppo.

Il disco uscì il 17 febbraio 1978, in simultanea in UK (Polydor) e in USA (Sire), arrivando al numero 25 della classifica inglese e rimanendoci per un paio di mesi.

Il lato A era registrato live (durante due concerti diversi, uno al Marquee e uno al Vortex)… if you’re glad to be a cockney clap your hands! Secondo Dave Parsons il motivo di questa scelta abbastanza bizzarra era che gli Sham erano una band live, un gruppo punk che viveva tramite il contatto con il pubblico.

Il lato B, invece, fu registrato agli studi Polydor di Stratford Place, appena dietro Oxford Street, in circa una settimana. Poichè gli studi erano vicino a molti locali, la sera il gruppo si portava i mix e li dava da suonare al DJ per capire come si sentissero e per vedere le reazioni della gente!

La produzione è accreditata a Jimmy Pursey, sebbene Dave Parsons rivendichi in parte lo stesso ruolo.

In parte derivativo, ma allo stesso tempo più aperto ad altre influenze (Ramones, Johnny Thunders, e una mezza tonnellata di rock anni ’60 come Small Faces o Who) rispetto ad altre produzioni punk inglesi dello stesso periodo, include una discreta quantità di pezzi che gettarono le fondamenta dell’oi e della seconda ondata punk, come ad esempio la pluricoverizzata “Borstal breakout”, “Ulster” o “Tell us the truth”. Le mie preferenze personali però vanno (oltre che a “Borstal breakout”, semplicemente travolgente) a “Hey little rich boy”, dallo stile in qualche modo 60s e dal testo irresistibilmente populista (I don’t need a flash car to take me around/ I can get the bus to the other side of town”) e alla sottovalutata (ma micidiale) “They don’t understand”.

2- The adventures of the Hersham Boys (1979)

E dire che il 1979 non sembrava un grande anno per gli Sham! C’erano voci insistenti di uno scioglimento del gruppo, e i due concerti previsti, a Glasgow a giugno e a Londra a luglio, sembravano essere gli ultimi. Al concerto a Glasgow salirono sul palco Steve Jones e Paul Cook dei Pistols per fare alcuni pezzi, con una formazione mista che avrebbe dovuto prendere il nome di Sham Pistols. Tra il pubblico c’era Richard Branson della Virgin che gli offrì un contratto come “Rock Pistols” o “Pistols Two” (il nome Sex Pistols non era utilizzabile per motivi legali).

Al concerto a Londra invece il palco fu invaso a più riprese da skinheads anche appartenenti al British Movement, con la situazione che andò fuori controllo e il povero Jimmy che, esasperato, sfasciò la batteria e andò via urlando.

Alla fine, il supergruppo non si fece, e questo è quello che scrive Steve Jones nella sua autobiografia: “Quando io e Cookie decidemmo di dargli una chance, non pensammo mai di farlo come Sex Pistols, ma di ripartire come un nuovo gruppo. Lui ci piaceva, ma quando ci mettemmo a scrivere delle nuove canzoni, in uno studio in campagna, a lui non veniva in mente un cazzo. La sua copertura era saltata: non aveva il talento o l’intelligenza di Rotten, per niente.”

E a quel punto gli Sham si trovarono a registrare il loro terzo disco in Francia, nel castello dove Elton John aveva inciso Yellow Brick Road e i Bee Gees la cazzo di “Saturday night fever”!

Alla batteria stavolta ecco Ricky “Rocket” Goldstein (Mark Cain aveva lasciato a maggio), già alle pelli nel gran singolo punk/powerpop degli Automatics “When the tanks roll (over Poland again)”, prodotto dalla Island Records e arrivato al numero uno della punk chart.

L’LP viene preannunciato dal fortunato (n° 16 in classifica) singolo “Questions & answers”, che nel lato B presenta la cover di “With a little help from my friends” dei Beatles (!!!) e dall’ancora più fortunato singolo “Hersham boys”, che arriva al numero 6 (traguardo mai più raggiunto).

Il disco è una bomba, parte con “Money”, rielaborazione di un pezzo scritto in origine per la colonna sonora di Quadrophenia (e poi scartato), la successiva “Fly dark angel” è un pezzo sicuramente inusuale per un gruppo punk-oi, eppure funziona alla perfezione e quando scoppia la potentissima “Joey’s on the streets again” (che sembra opera di uno Springsteen sotto anfetamine) si viene presi in contropiede. “Cold blue in the night” è puro Sham in stile 77, ma il gruppo confonde ancora le acque con la cover degli Yardbirds “You’re a better man than I”.

Il lato B inizia a razzo con quel capolavoro di presa per il culo che è “Hersham boys”, per calare solo un attimo di tono con la non particolarmente ispirata “Lost on Highway 46”; ma c’è ancora tempo per “Voices”, “Questions and answers” e una sparatissima versione live di “What have we got”.

Un classico, che dire di più?

1- That’s life (1978)

Il disco migliore della band, uno dei migliori dischi di tutti i tempi e uno dei dischi della mia vita. Ho ancora la copia registrata su cassetta (l’altro lato era il decisamente peggiore “Death before dishonour” degli Exploited!), che credo di avere consumato.

Un concept album (il primo del genere nel mondo punk, dove progetti del genere si contano sulle dita di una mano monca) su una giornata di un ragazzo della working class di Londra, ma che avrebbe potuto essere di qualsiasi luogo… è quasi incredibile come uno spaccato di vita giornaliera (ok, romanzato, non sono così scemo) possa essere così universale…

Il disco fu registrato agli Startling Studios nell’Ascot, casa di John Lennon e Yoko Ono (lo stesso luogo dove era stata scritta “Imagine”) e allora di proprietà di Ringo Starr, in mezzo alla campagna e a gigantesche statue di dinosauri… con gli intermezzi di risse e casini “recitati” (metodo Stanislavskij, ahahah) da ghenghe di Hell’s Angels e ragazzacci vari della Sham Army!

Non c’è un pezzo brutto, in compenso ci sono almeno 5 capolavori assoluti: “Everybodys right everybody’s wrong”, “That’s life”, “Hurry up Harry” (secondo Parsons, Jimmy Pursey scrisse il testo mentre era a pesca), “Angels with dirty faces” e la conclusiva “Is this me or is this you”. Un disco vario a livello di suoni, dal classico punk 77 agli intermezzi reggae, dai cori oi alla quasi ballata di “Who gives a damn”, un mix che non annoia mai e che però rimane punk fino al midollo.

E adesso mi sa che me lo riascolto…

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