Live report: Le bal des vauriens (giorno 2)

Squelette, Survet Skins, Beton Armè, Infa Riot, Lion’s Law, 8°6 Crew, Oi Boys, Le Kilowatt, Vitry-sur-Seine, 23.09.2023

Quando ritorniamo sul luogo del delitto, al secondo giorno di festival, ci accorgiamo subito che le presenze sono decisamente aumentate rispetto al venerdì. Già all’apertura delle porte, infatti, ci sono più persone di quante ce ne fossero alla fine della serata di ieri.
C’è grande attesa per gli Squelette, che aprono sul palco piccolo; ed infatti, ancora prima che inizino a suonare le prime note, lo spazio interno dell’Oasi è strapieno, non si riesce ad entrare! Tento di infilarmi dentro ma onestamente, essendo ancora presto, essendo io completamente sobrio e non avendo molto voglia di assistere al concerto dal fondo della sala, desisto quasi subito. D’altro canto, quanto sento da fuori non sembra troppo nelle mie corde: classico Oi mid-tempo molto anni ’80 con vocione ultra growl. Non conosco gli Squelette ma in diversi mi hanno parlato bene del loro ultimo disco, per cui vedrò di recuperarlo per capire di più su di loro.

Il primo gruppo sul palco esterno sono invece i Survet Skins, combo parigino con membri di 8°6 Crew, Komintern Sect e Lion’s Law, attivo dagli anni ‘90. Io (non so perché) ero convinto che fossero un gruppo quasi Oi-core, ma dopo 20 secondi mi ricredo. Il loro è un punk-Oi melodico è molto street rock n roll, e mi piace un casino! Dal vivo inoltre sono davvero coinvolgenti, funziona benissimo la formazione con due cantanti, quasi teatrale, con uno dei due (che ricorda una sorta di Babbo Natale skinhead) più gioviale e pronto a scherzare e relazionarsi col pubblico, mentre l’altro (che poi è il cantante degli 8•6 Crew) più riservato e distaccato. Le canzoni scivolano bene una dietro l’altra, addirittura una cover degli Eskorbuto (“Historia triste”), una o due cover degli 8°6 Crew e atmosfera piacevole alla “Oi! Fatti una risata”. Davvero un’ottima scoperta, grandi!

Si ritorna all’interno per quello che era probabilmente il gruppo più atteso del festival, quantomeno dalla compagine italiana che me ne aveva parlato a ripetizione, decantandomi le lodi di questi canadesi (che io non conoscevo… ok, sto facendo brutta figura oggi, in pratica per ora non conosco nessuno!). I Beton Armé salgono sul palco e vengono immediatamente sommersi dal pubblico che li circonda e fa partire un pogo scatenato che andrà avanti dall’inizio alla fine, con cori continui, stage diving praticamente ininterrotti e un’atmosfera davvero incandescente. Non c’è quasi bisogno che i ragazzi del Quebec facciano niente di particolare: il 90% del fascino della loro esibizione è proprio questo muro umano che scatenano. Per il resto, non sono male, Oi-hardcore davvero potente, sanno stare sul palco e sono bravi a suonare. Lodevole la cover dei L’Infanterie Sauvage. Non so perché, però, non mi si accende del tutto la scintilla. Insomma, gli riconosco tante doti, e sicuramente è stato un ottimo concerto, ma non capisco appieno tutto questo entusiasmo…

Si torna sul palco esterno per una band che invece non si può certo definire nuova: gli Infa Riot. La band inglese si presenta sul palco con una tripletta bomba (“Emergency”, “You ain’t nothing yet”, “Still out of order”) e sembra decisamente in forma. Mr. Lee se la ride col pubblico e scherza (una sagoma!), il resto della band sa decisamente il fatto suo e il loro è un ottimo set, potente e con tutti i classici che ognuno si aspetterebbe. Gran finale con niente di meno che “In for a riot” (richiesta più e più volte dal pubblico) e una gran versione di “Kids of the 80’s”. Li ho trovati davvero in forma, anche più di altre volte. Poiché verranno a breve in Italia (Roma e Cagliari se non vado errato), il mio consiglio è di non perderveli assolutamente.
Una piccola riflessione: all’inizio del concerto degli Infa Riot il pubblico mi è sembrato un po’ freddino e un po’ più restio a lasciarsi andare. Non so se fosse perché il pubblico francese sia un po’ “nazionalista” (non in senso politico, intendo in senso puramente musicale)- a differenza di noi italiani che siamo spesso anche troppo “esterofili”- visto che anche i Samples il giorno prima avevano un po’ faticato a coinvolgere il pubblico, o magari perché il suono più “vecchio” di certe band (vedi anche i Wunderbach) sia in qualche modo meno attuale per le nuove generazioni. E’ passato un po’ di tempo da quando da ragazzino il mio obiettivo era mettere le mani sulle ristampe e i cd raccolta dei gruppi storici, e magari le nuove generazioni sono cresciute più con i dischi di gruppi di ondate successive rispetto che con i classici del genere. Non che ci veda nulla di male, sia chiaro, anzi, forse un evoluzione di questo tipo è segno di vitalità e di rinnovamento (sono pur sempre passati 45 anni dal ’77, un’enormità se ci si pensa), però a me, cresciuto con un certo tipo di suono e con certi “miti” (tra virgolette, perché parlare di miti nel punk/oi è argomento spinoso), fa un po’ strano. Fine della digressione (anche perché poteva essere anche solo un’impressione che ho colto solo io).

Non si rientra all’interno perché ora tocca ai Lion’s Law, ancora sul palco grande, ed è il delirio. Tutti (ma proprio tutti) i presenti si scatenano e cantano tutti i classici di questa gloriosa oi! band. Repertorio completo, da “Lafayette” a “The reaper”, da “Way of life” a “Knock em out” fino alla conclusiva “For my clan”. I Lion’s Law sono una band davvero straordinaria dal vivo, e l’ambiente di stasera è quello giusto per gustarseli appieno. Hanno grinta, carica, stile, e sanno davvero suonare, cazzo! Wattie, il cantante, si gode il concerto dopo quello del giorno precedente con i Maraboots, e tutta la band non sbaglia un colpo. Tanta gente sale sul palco a cantare o a fare stage diving, e l’atmosfera è davvero fantastica.
I Lion’s Law sono la migliore band francese in attività, e non lo dico solo perché sono una band della Madonna o perché i loro pezzi sono fighi o perché sanno suonare e tenere il palco, ma perché sono una band che ha ridato vita e lustro alla scena oi! francese, perché hanno dimostrato di saper unire più generazioni di skins e punks, senza vendersi e senza dividere o disunire, a differenza di altre band e realtà che sono state in grado solo di causare scazzi o curare solo il proprio orticello. Sotto il loro palco ho visto una vera unione e tanti ragazzi e ragazze veri e appassionati. Io credo che il tempo abbia dato ragione ai Lion’s Law (e a band come la loro, sia chiaro). Massimo rispetto.

Dopo un concerto al cardiopalma come quello dei Lion’s Law sarebbe davvero difficile per qualsiasi band salire sul palco… ma gli 8°6 Crew non sono una band qualsiasi! Non li avevo mai visti dal vivo anche se li ho sempre apprezzati tantissimo su disco, e iniziano con quella “You come” che me li fece conoscere tanti tanti anni fa sul loro disco “Bad bad reggae” (anche se credo di averla sentita per la prima volta su qualche compilation)… iniziamo benissimo insomma! I ragazzi ci danno dentro con il loro ska tra accelerate 2 tone e momenti reggae, con occasionali puntate nel punk/oi (d’altro canto loro erano nati proprio come gruppo oi!). Un po’ di canzoni tratte dallo splendido “Working class reggae”, un po’ di classici come la bellissima “Vieille France” (penso la mia canzone preferita del loro repertorio)… ma perché mai non fanno uscire un nuovo disco da tempo immemore? Maledizione!
La gente è contenta, un po’ di ska ci voleva proprio, anche se i francesi a volte più che ballare pogano… argh! Un ottimo concerto, loro sono bravissimi tecnicamente e sono davvero un gruppo che dà spettacolo sul palco… sono davvero soddisfatto di essere finalmente riuscito a vederli dal vivo!

La serata non sarebbe ancora finita, ci sono gli Oi Boys (che, a differenza di quanto possiate immaginare, non fanno oi! ma post punk… davvero non capisco perché abbiano scelto questo nome, se sia ironico o cosa) che concludono il festival nel palco piccolo interno, però siamo piuttosto provati dal weekend (siamo dei vecchiacci, e qualcuno è più vecchio degli altri) e ce ne andiamo proprio all’inizio del loro concerto (che, mi dicono, non è stato male, peraltro lo trovate qui).

Che dire? Un ottimo festival, ottimamente organizzato e ottimamente partecipato, senza l’ombra di uno scazzo e con una line up davvero eccezionale, selezionata con cura, varia e distribuita benissimo tra i due giorni. Tutte le band sono state grandi, il pubblico ci ha dato dentro, i suoni sono sempre stati perfetti, insomma, davvero complimenti per aver fatto andare tutto così liscio, non succede spesso.
Se devo scegliere le migliori band, credo che Maraboots, Lion’s Law, Komintern Sect e 8° 6 Crew siano state una spanna sopra a tutti, ma ho apprezzato davvero tanto anche Survet Skins, Schedule 1, Infa Riot e Beton Armé, ma, ripeto, tutti i gruppi sono stati davvero validi. All’anno prossimo, si spera!

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